M.G. Cutuli Nyota Asubuhi Resource Centre

M.G. Cutuli Nyota Asubuhi Resource Centre

Project by: Studio LGSMA (Luca Galofaro e Stefania Manna), 2A+P/A Associati (Gianfranco Bombaci e Matteo Costanzo), Mario Cutuli, Studio ma0 (Ketty Di Tardo, Alberto Iacovoni e Luca La Torre), Studio BAN (Carmelo Baglivo e Laura Negrini) _ Engineering: Ing. Umberto De Matteis, Executive Design: Federico Caserta e Francesca Di Benedetto, Construction Manager: Allan Ngari Nyagah

The construction site of the Maria Grazia Cutuli Nyota Asubuhi Resource Centre is underway: it’s a reception center for street children located near Kilifi, a town 56 km north from Mombasa in Kenya., for the Koinonia No profit Association.  Designed by 2A+P/A, BAN, Mario Cutuli, LGSMA and ma0 (the same team which designed the School in Herat) the centre is configured as a composition of three recognisable elements, identifiable by their functions and characteristics, by size, colour and materials: the dormitory on two floors, covered by a double Nubian vault is a plastered volume painted yellow, while the portico is made of a mixed structure covered in orange plaster; the hall for collective celebrations is a space enclosed by a circular wall made of perforated concrete bricks produced locally and covered by a light tensile structure.


Il Community Hall del M.G. Cutuli Resource Center “Nyota Asubuhi” è un edificio che stiamo costruendo in Kenya. Lo stiamo costruendo insieme, un gruppo di architetti romani che molti anni fa si erano ritrovati a progettare una scuola a Herat, in Afghanistan, dedicata a Maria Grazia Cutuli. Adesso siamo in Africa, in un altro luogo, con un altro paesaggio, un’altra luce, altre persone. Ma forse le ragioni per cui siamo qui sono rimaste le stesse. Stiamo costruendo un posto dove dei ragazzi potranno studiare, mangiare, dormire, incontrarsi. Un posto dove potranno passare una parte importante della loro vita. E quando si costruisce un posto così, forse non si sta facendo soltanto architettura. Si sta cercando di dare una forma a qualcosa che ancora non esiste, a una comunità, a un insieme di relazioni, di desideri, di possibilità. Per noi questo progetto ha un significato particolare. Perché durante il resto dell’anno ciascuno di noi fa il proprio lavoro, disegna edifici, incontra clienti, discute con le imprese, cerca di risolvere problemi, vive dentro quel complicato sistema di regole, di interessi e di compromessi che oggi chiamiamo architettura. Poi, ogni tanto, ci ritroviamo. E ricominciamo a disegnare insieme. Non è soltanto una questione di amicizia, anche se l’amicizia conta molto. È piuttosto il bisogno di ricordarci perché abbiamo cominciato a fare questo mestiere. Perché a volte, nelle nostre città, tra un concorso, una conferenza, una pubblicazione e un cantiere, finiamo per dimenticarci che l’architettura dovrebbe servire prima di tutto alla vita delle persone.Qui le cose sembrano più semplici. C’è bisogno di un tetto per ripararsi dal sole, di un muro per trovare un po’ d’ombra, di una stanza dove leggere, di un posto dove stare insieme. Eppure, proprio questa semplicità ci costringe a pensare a cose molto complicate, come il significato dello spazio, della convivenza, della responsabilità. Mi piace pensare che mentre costruiamo un edificio per una comunità di ragazzi, stiamo anche ricostruendo, ogni volta, una piccola comunità di architetti. E’ questa la cosa più importante del progetto. Non la forma dell’edificio, non i materiali, non le fotografie che faremo quando sarà finito. Ma il fatto che, per un momento, un gruppo di persone abbia deciso di mettere insieme le proprie idee per fare qualcosa che appartiene ad altri. E forse l’architettura, quando riesce a essere necessaria, comincia proprio da qui.